Oltre l’ispirazione: Rinaldi, Eames, Bertoia e la traduzione italiana del design industriale

Jacopo Drago

2014

In un’epoca in cui il progetto deve necessariamente confrontarsi con i criteri della produzione industriale, il fatto di essere socio dell’azienda paterna pone Gastone Rinaldi a diretto contatto con la realtà della fabbrica e con il lavoro degli operai: una condizione privilegiata di cui non tutti i progettisti potevano beneficiare.

È proprio da questo stretto rapporto che nascono i prodotti Rima: esiti di una sintesi tra competenze, aspirazioni e obiettivi differenti, quelli creativi del designer e quelli pratici dell’operaio. Si instaura così un dialogo continuo tra progettazione e tecnica. Il designer si confronta con la fattibilità, con le possibilità produttive ed economiche, mentre gli operai si avvicinano alle ragioni formali e funzionali del progetto, contribuendo con soluzioni più adeguate. Da questo scambio nasce una collaborazione capace di generare un equilibrio tra dimensione tecnica ed estetica.

L’attenzione ai vincoli produttivi non limita il progetto, ma anzi diventa fonte di ispirazione, conducendo alla definizione di nuovi oggetti, come nel caso delle sedie Du 43 (1953) e Du 42 (1954).

Questi due modelli interpretano alcune celebri sedute straniere, come le Wire Chair di Charles e Ray Eames e la Diamond Chair di Harry Bertoia. Si inseriscono in una linea progettuale che stabilisce paralleli formali con la produzione internazionale ma che si distingue per una rielaborazione attenta e consapevole. In questo stesso filone si collocano anche alcune sedute di De Carlo, Viganò e De Carli realizzate negli stessi anni.

Rinaldi è indubbiamente influenzato da Eames e Bertoia, le cui sedie risultano rivoluzionarie sia dal punto di vista estetico sia materiale: strutture metalliche resistenti, ma al contempo leggere e trasparenti, ottenute mediante fili modellati su una scocca fino a raggiungere una qualità quasi scultorea. L’uso del filo metallico non era del tutto nuovo — si pensi alla Lounge Chair di Sol Bloom (1950) o alla Butterfly Chair (1938) — ma gli sviluppi introdotti da Eames e Bertoia conducono a esiti progettuali completamente innovativi.

Il filo metallico, economico, leggero e resistente, si prestava a una produzione industriale efficiente, permettendo a queste sedie di diffondersi rapidamente negli Stati Uniti e all’estero grazie anche al loro costo contenuto. Non sorprende quindi l’entusiasmo che suscitarono: gli architetti inglesi Alison e Peter Smithson le definirono “un messaggio di speranza da un altro pianeta”.

L’influenza, tuttavia, si inserisce in un processo progettuale autonomo e consapevole. Le Du 43 e Du 42 non sono semplici derivazioni, ma esiti originali che reinterpretano suggestioni internazionali alla luce del contesto produttivo e culturale italiano. Rinaldi assimila le ricerche di Eames e Bertoia e le traduce in soluzioni proprie, sviluppate a partire da condizioni tecniche e industriali differenti. Ne derivano sedute profondamente radicate nella realtà italiana, sia per linguaggio sia per processo costruttivo.

Come racconta Rinaldi in un’intervista del 2002:
“Io ero influenzato da Eames e dai grandi designer, anche se non avevamo in Italia tutte le possibilità tecniche che l’America aveva allora; la sedia di Bertoia era realizzata con una maglia metallica di tondini saldati uno a uno con la puntatrice, attrezzatura che noi ancora non avevamo, io allora per una sedia ho utilizzato una rete da recinto. Così come feci la Du 30, dovetti piegare la lamiera perché allora non avevamo ancora le scocche, quindi la lamiera è pensata proprio come un foglio che si piega e sotto fa una nervatura che irrigidisce il sedile e poi a dare maggiore solidità le quattro gambe si fissano sulla mezzeria della piegatura.”

Le differenze tra le sedie americane e quelle di Rinaldi riflettono più ampie divergenze economiche e industriali tra Stati Uniti e Italia. Negli anni Cinquanta, l’industria italiana — concentrata prevalentemente nel Nord — si trova ancora in una fase di recupero, segnata dalle conseguenze della guerra, mentre quella americana gode di un vantaggio significativo.

La storia della Rima stessa esemplifica questa situazione. Gli stabilimenti, situati nella zona industriale di via Paolo Sarpi a Padova, subiscono gravi danni durante i bombardamenti del 16 dicembre 1943, quando l’aviazione americana colpisce la stazione ferroviaria e le aree circostanti. La produzione viene successivamente trasferita in nuovi impianti periferici, ma anche qui l’attività viene interrotta dall’occupazione militare, che impone una riconversione produttiva.

Solo verso la fine degli anni Cinquanta l’azienda riesce a recuperare pienamente, ampliando e modernizzando gli stabilimenti e abbandonando definitivamente l’approccio artigianale. In questo contesto nasce la sedia S 46 (1959), realizzata con le tecniche di elettrosaldatura a punti già diffuse negli Stati Uniti. A differenza delle precedenti, costruite con rete metallica intrecciata, questa nuova seduta utilizza fili metallici saldati nei punti di intersezione, segnando un avanzamento tecnologico significativo.

Gastone Rinaldi

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